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| Il Mascolino Sacro - miti e archetipi del Principe di Luce |
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| Scritto da Queen Persefone | |||
| Mercoledì 16 Dicembre 2009 18:27 | |||
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Il Mascolino Sacro: miti e archetipi del Principe di Luce
Inno a Iside, III-IV secolo a.C., rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto Ad oggi, grazie alle preziose opere di archeologi, antropologi, storici e scrittori quali Marja Gimbutas, Robert Graves, Vichy Noble, Riane Eisler e Barbara Walker, è stato possibile riscoprire una nuova dimensione del sacro, legata ai culti panteisti e immanentisti, e una parte di storia che troppo a lungo era rimasta nascosta, ma di cui è sempre stato possibile percepire l’esistenza nel respiro della Madre Terra e nelle nostre memorie ancestrali. I culti a cui fa riferimento l’archeomitologia risalgono al Neolitico, e più precisamente riguardano i primi popoli che abitarono il nostro meraviglioso continente. La loro religione era incentrata sul femminino, ovvero sull’adorazione di una Grande Dea Madre di vita, morte e rinascita, la quale si manifestava attraverso le infinite meraviglie della creazione. L’iconografia delle Grandi Madri si sviluppò probabilmente dall’idea, già insita nella coscienza dei popoli neolitici, di una matrice divina da qui ogni cosa ha origine e alla quale tutto ritorna, lo spirito eterno e unico che si manifesta nel mondo attraverso le sue molteplici forme, e in particolar modo tramite la sacra unione di maschile e femminile. Per tale ragione la Grande Dea incorpora inizialmente attributi maschili e femminili: essa è infatti partenogenetica, ovvero genera se stessa e l’intero universo autonomamente. Dal principio di unione del maschile e del femminile, già nella mitica età dell’oro (o età delle madri) si fa strada l’idea di un Dio maschio generato dalla Dea, che è insieme suo figlio, sposo e padre di tutte le creature. Culti femminili e culti maschili convivono armoniosamente all’interno delle stesse civiltà per molti secoli, sacerdoti e sacerdotesse vengono iniziati attraverso diversi riti misterici per apprendere i segreti del sapere arcaico, a uomini e donne viene inculcato l’amore e il rispetto per tutti gli esseri. Tutto ciò perdura fino all’età dell’argento, che terminerà tristemente con l’inizio dell’età del ferro, la quale vedrà il progressivo affermarsi di una cultura maschile, patriarcale e guerresca portata dalle ondate migratorie dei popoli indoeuropei, gli stessi che erroneamente vennero idealizzati dal nazismo come razza pura e primigenia (gli ariani), quando, al contrario, essi giunsero in Europa mischiandosi prepotentemente con le popolazioni che da secoli abitavano le nostre terre, e imponendo con la violenza i loro Dèi guerrieri e il loro sistema dominatore. Questo graduale affermarsi dell’elemento maschile/guerresco nelle diverse società portò anche ad una preponderanza del mascolino nel sacro, ad uno sviluppo di miti e leggende riguardanti eroi e dèi principalmente maschili, dove le figure femminili, intorno alle quali in epoca precedente erano incentrati il misticismo e la vita sociale del popolo, divennero sempre più marginali, o confinate all’interno di ruoli che ne sminuivano il potere e la sacralità, riflettendo in tal modo la sorte che era toccata alle donne in una civiltà sempre più misogina e improntata sul culto della violenza, anziché sul culto dell’amore, della pace e dell’equilibrio fra opposti che aveva caratterizzato le ere precedenti.Culture parzialmente gilaniche, ovvero nelle quali elementi maschili e femminili, soprattutto nella dimensione religiosa, si compenetravano mantenendo un certo equilibrio, furono quella celtica nell’Europa del Nord e Centrale, quella etrusca nella penisola italica (ma solo fino all’invasione romana), e, fuori dal continente europeo, quella egizia, che vide sul trono, oltre ai faraoni uomini, anche potenti regine, come Nefer e, più tardi, la splendida Cleopatra. Nell’esaminare i miti, i totem e le varie figure eroiche e divine delle civiltà antiche, emergono chiaramente storie e archetipi comuni anche a popolazioni geograficamente molto distanti fra loro, quasi a testimoniare l’esistenza di quella che, solo in tempi relativamente recenti, Carl Jung definì coscienza collettiva.
Il libro della Genesi del Vecchio Testamento racconta di come alcuni angeli disobbedienti a Dio scesero sulla terra e si innamorarono delle donne mortali. Questi angeli si incarnarono per poter giacere con le donne, e vennero puniti dal Signore: egli li disconobbe, condannandoli ad un’esistenza terrena. Così gli angeli vissero sulla terra insieme agli uomini, insegnando loro l’uso dei metalli e di molte altre cose che gli umani dell’epoca disconoscevano. Gli angeli inoltre si accoppiarono con le donne, e da queste unioni nacquero i Nephilim, i giganti biblici. Se è vero che gli ufologi e gli studiosi di forme di vita aliene ritengono che i fatidici angeli altro non fossero che extraterrestri scesi dal cielo per mostrare agli esseri umani una tecnologia a loro sconosciuta, la chiave di lettura della leggenda biblica, a mio avviso, è prettamente storica. Interpretando la discesa degli angeli come l’arrivo di popoli stranieri, tutto acquista un senso: i movimenti migratori di quelli che la Gimbutas definisce Kurgan pastori delle steppe, provenienti dall’Asia, causarono l’incontro/scontro di due differenti civiltà. Gli “angeli”(indoeuropei) trovarono attraenti le “figlie degli uomini”(figlie d’Europa), e si accoppiarono con loro, non sempre attraverso unioni consenzienti, poiché l’invasione di queste genti brute e guerriere diede inizio ad una serie di violenze e stupri volti a sottomettere le popolazioni preesistenti al dominio dei popoli conquistatori, una situazione analoga a quella che si verificò nelle Americhe durante la conquista di Spagnoli e Inglesi, i quali imposero con arroganza la loro civiltà costruita sul genocidio dei popoli nativi. Dalle unioni di queste donne con i guerrieri asiatici nacque una nuova razza di uomini molto più alti rispetto alle genti protoeuropee, che invece erano minute e dolicocefale (col cranio più piccolo), poiché la progenie ereditò il codice genetico degli stranieri, che al contrario erano molto alti, dalla carnagione pallida e i capelli chiari (tratti somatici quasi sempre associati alla stirpe angelica). I popoli invasori, inoltre, introdussero l’utilizzo dei metalli per la fabbricazione di armi ed equipaggiamenti da guerra, tecnologie che i popoli nativi non conoscevano, poiché utilizzavano i metalli prettamente per fini artistici, per la fabbricazione di gioielli, utensili e monili decorativi. Questa conquista comportò anche una fusione dei diversi pantheon, dalla quale emersero divinità maschili e solari (il sole era legato al culto del Dio e al principio maschile, mentre la luna alla Dea e al femminino), mentre quelle femminili e lunari si caricarono di attributi guerreschi. Nella mitologia greco-romana Ares/Marte, inizialmente signore delle messi e del raccolto, personificazione dell’antico Dio, divenne il signore della guerra, pur mantenendo caratteristiche della divinità maschile arcaica: egli era infatti il figlio della Dea Madre Era/Giunone, che lo aveva generato autonomamente, senza intervento maschile. Minerva/Atena, dea delle arti e della sapienza, discendente dell’antica Dea-Uccello neolitica (il suo animale sacro è infatti la civetta, uccello notturno, che vede nelle tenebre, dove altri non possono vedere, riassumendo così il concetto misterico di “custodia della saggezza arcana”), diventa Pallade Atena, generata unicamente dal cervello del Dio Padre Zeus/Giove, signora della guerra e protettrice dei soldati, sempre raffigurata con elmo, lancia e scudo. Anche la mitologia classica parla dei giganti, i famigerati Titani, figli di Gea (la terra) e Urano (il cielo), i quali si ribellarono a Giove, ma vennero infine sconfitti e imprigionati nelle viscere della terra. Giove o Zeus è il sovrano dell’Olimpo e di tutte le divinità e incorpora quegli attributi che più tardi caratterizzeranno il dio giudaico-cristiano: egli è un Dio Padre, riflette il concetto ellenico di virilità, inoltre, come l’antica Dea partenogenetica, riesce addirittura a generare in maniera del tutto autonoma, senza intervento femminile.Secondo alcune teorie religiose furono proprio i Titani, o Nephilim, a costruire le imponenti opere architettoniche delle antiche civiltà, come i menhir celtici o le piramidi egizie, ma secondo altre ipotesi archeologiche più avanguardiste questi splendidi monumenti furono eretti dai popoli primitivi, come i Tuatha de Dannan dell’Irlanda, i quali non erano dei cavernicoli muniti esclusivamente di clava, come per lungo tempo hanno voluto farci credere, ma una popolazione astronomicamente e architettonicamente assai evoluta, al pari dei Maya e degli Egizi, devota al culto della dea Dana (il loro nome significa infatti “Stirpe di Dana”), diffuso come quello della Madre Iside in Egitto.Non dimentichiamo che i popoli invasori altro non erano che guerrieri provenienti dalle steppe e dalle montagne, pastori nomadi e cacciatori che si spostavano da una zona all’altra per sopravvivere, saccheggiando e sottomettendo le tribù che incontravano sul loro cammino. Essi avevano certamente tecnologie belliche più avanzate ed efficaci, ma le loro conoscenze in campo agricolo, astronomico e architettonico non potevano certo competere con quelle dei popoli sedentari matriarcali. E’ probabile che il sacrificio animale e umano nei culti pagani fu introdotto proprio dagli stranieri, poiché nell’età dell’oro le offerte rituali consistevano sempre e solo in vegetali e frutta secca. Con l’avvento delle società patriarcali i rituali divennero sempre più cruenti e sanguinari, introducendo in tal modo le prime forme di quelli che, in futuro, sarebbero divenute le messe nere o culti satanici.
Uno dei culti maschili certamente più affascinanti, che affonda le radici in un’Europa agli albori del paganesimo druido, è quello del Dio caprino o Signore della Selva. Il suo culto è diffuso sia in Grecia, dove egli viene venerato col nome di Pan (che significa “tutto”), che a Roma, dove è chiamato Silvano, che presso i popoli gaelici, nei quali è conosciuto col nome di Cernunnos. In tutti i casi si tratta di una divinità maschile con attributi caprini, ovvero zoccoli, corna e coda di montone, che si mescolano ad un aspetto prettamente antropomorfo. Egli è il signore del bosco, il protettore di tutte le creature selvagge e il custode della vita silvestre, esattamente come la sua controparte femminile e lunare, Artemide o Diana Nemorensis, successivamente ibridata come patrona della caccia, mentre ella, al contrario, rappresentava l’archetipo della donna selvaggia protettrice della foresta e di tutti gli esseri che la popolavano. Connesso alla natura e alle energie che ne regolano i cicli, Pan o Cernunnos diviene anche il dio della fertilità e degli istinti primordiali, associato ai misteri della sessualità e alla mistica unione con la Madre Terra, dalla quale ha origine la vita di tutte le creature. Egli incarna il principio maschile solare, e viene invocato nei rituali di fertilità, durante i quali si celebra la vita e l’unione di maschile e femminile, simboleggiata dal sole che, con i suoi raggi potenti, rende fertile la terra, permettendo così la nascita e la creazione. I riti di magia sessuale, tipici della festa di Beltane del primo maggio, sono volti a propiziare la fertilità non solo della terra, ma anche degli animali e delle donne, e durante questa ricorrenza si celebrano gli sposalizi e le unioni sacre. Il Dio selvaggio è il consorte della Dea, della quale continua ad essere sposo e figlio, poiché, come il sole che perpetua il suo ciclo di alba, mezzogiorno e tramonto, egli, durante i cicli stagionali determinati da solstizi ed equinozi, nasce, muore, e risorge misticamente, rinascendo proprio dalla sua sposa divina. Questo dio antico e silvestre, che spesso assume le sembianze di animali totemici come il cervo, e che si configura come guardiano dei misteri della natura selvaggia e patrono delle pulsioni che ne determinano la vita, dopo l’avvento del cristianesimo e il trionfo della Chiesa viene demonizzato e trasfigurato nel Demonio, Satana, il Signore delle Streghe, protagonista indiscusso dei sabba e delle orge diaboliche durante i quali streghe e stregoni si sollazzano e gli offrono in sacrificio bambini e vergini. Queste favole mostruose, ingegnosamente architettate dal clero per inculcare nel popolo la fobia e l’odio verso i culti pagani, che vennero banditi e strenuamente perseguitati, causarono, col tempo, una reale trasformazione del culto del Dio Silvano, che sempre più si identificò con un culto atto a evocare energie inferiori e negative, più affine al satanismo che al primigenio culto delle divinità silvestri. Il Baphomet, enigmatica divinità invocata dai Templari, assume in parte gli attributi del dio caprino, ed è la stessa a cui si rifanno i culti delle società segrete, i cui membri, i massoni, si salutano col gesto delle “corna” (indice e mignolo alzati), il quale rappresenta il saluto al dio caprino. La Chiesa si sforzò con ogni mezzo per demonizzare la figura di una divinità che, lontana dalla trascendenza del Dio cristiano, si configurava come immanente alla natura, totem degli istinti e delle pulsioni sessuali legate alla vita della realtà fisica. Fu così che Satana, l’immaginario avversario di Dio, iniziò ad essere rappresentato con corna, zoccoli e coda di animale.Intorno alla figura di Pan si diffusero le varie leggende riguardanti i satiri, i fauni e gli elfi silvani, creature boschive dotate di caratteristiche caprine, come corna e zoccoli, compagni delle ninfe e custodi degli animali selvaggi, che si muovevano furtivi fra i boschi vivendo immersi nella natura. Questi, insieme agli altri esseri magici della foresta, diedero vita a quella che in Irlanda prese il nome di corte fatata, il cui sovrano, il Re delle Fate, era una figura fiabesca strettamente connessa a quella dell’antico dio della selva, così come la sua compagna, la splendida Regina delle Fate, altro non era se non una miniaturizzazione della dea lunare del bosco sacro o nemeton. Entrambi vennero citati da Shakespeare nell’opera Sogno di una notte di mezza estate, e successivamente raffigurati dai più bravi artisti vittoriani.
Un archetipo divino maschile assai ricorrente sin dai culti pagani più antichi è quello del Dio Sole, solenne sposo e fratello della Dea Luna, nonché figlio della Bianca Signora nel suo aspetto di madre ultraterrena e partenogenetica. La Dea, sin dalle origini del suo culto, è infatti una e trina, ovvero si manifesta nei suoi tre volti di vergine, madre e anziana saggia, oppure come dispensatrice di vita, morte, e rinascita, o ancora, come amante, guerriera e strega. Questa trinità caratterizza anche il Dio, che è fanciullo, padre e maestro di saggezza, oppure, nella tradizione celtica, è artigiano, guerriero e druido. Ma esiste anche un’altra forma di trinità, che è quella alla quale si ispirano i culti egizi e, più tardi, il cristianesimo gnostico di matrice catara. Si tratta del trio composto da Dio Padre, Dea Madre, e figlio. Nell’antico Egitto i loro nomi sono rispettivamente Osiride, che diverrà il signore dell’oltretomba, Iside, la Grande Madre, e Horus, il figliolo divino rappresentato dall’astro solare. Nell’antica Grecia, invece, questa sacra trinità potrebbe essere rappresentata da Zeus, Latona(prima sposa di Zeus e personificazione della notte), e Apollo o Febo, il dio del sole. Febo è il bellissimo gemello di Diana, dea della Luna diretta discendente dell’etrusca Selene, che porta in cielo il sole guidando un carro trainato da splendidi destrieri alati. Ma Febo, dio dall’aspetto serico, è anche il signore della musica e di tutte le arti.I popoli gaelici si rivolgevano a una divinità simile chiamandola con il nome di Lugh. Questi non era soltanto un dio solare, ma era anche chiamato samildanach, letteralmente “dalle molte arti”, poiché era il patrono di tutte le arti, dalla musica, all’artigianato, alla poesia, alla guerra. Era infatti immaginato con una lancia in mano, la quale era dotata di un grande potere, e doveva essere intrisa nel calderone del Dio Padre Dagda per poterne controllare la forza distruttiva, una metafora di come la forza, secondo i Celti, doveva essere guidata dalla saggezza. A Lugh era dedicata la festa di Lughnasadh o Lammas, il primo di agosto, dove il dio era invocato nel suo aspetto di distributore di ricchezza, poiché questo giorno, che coincideva col culmine dell’estate, era il tempo dei primi raccolti.Un altro dio solare dall’aspetto efebico è il Balder della mitologia nordica. Ivi ritroviamo la trinità divina: Balder, dalla pelle candida, i capelli dorati e i lineamenti angelici, è il dolce figlio di Odino, padre di tutti gli dèi Asi, e della sua sposa, la Dea Madre Frigg. Balder rappresenta il cavaliere nobile e senza macchia, generoso e impavido, e dinnanzi alla sua bellezza e innocenza tutti gli dèi e gli uomini provano rispetto, amore e reverenza. Tutti eccetto Loki, l’astuto signore degli inganni, il più odiato dagli dèi e non a caso soprannominato “vergogna degli Asi”. La leggenda narra che Balder irradiasse, con la sua presenza, una calda luce che rischiarava la città divina, e che nel suo animo non vi fosse traccia di meschinità, malizia e malvagità. Ma Loki istigò il gigante Hodr a colpirlo con un ramo di vischio, l’unico materiale al quale il dio non era immune, e il giovane morì, precipitando nell’oltretomba. Gli dèi, che lo amavano moltissimo, pregarono Hel, figlia di Loki e regina degli Inferi, di restituire loro il bellissimo principe, ma ella, già poco incline a rinunciare ad un essere tanto puro e meraviglioso, pose loro una condizione: tutti gli esseri, sulla terra e nel regno degli dèi, avrebbero dovuto piangere la morte di Balder, dalle piante, agli animali, alle rocce. Fu così, tutti piansero la morte del dio, tutte le creature mortali e immortali, tranne il perfido Loki, e a causa sua Balder non poté far ritorno nel suo regno. Per questo crimine, Loki fu incatenato e condannato ad un supplizio eterno, accompagnato solo dalla moglie Sigyn, che lo amava incondizionatamente e scelse di rimanere al suo fianco per alleviare le sue pene. La leggenda profetizza, inoltre, la resurrezione di Balder: il ritorno di questo principe di luce porterà un’epoca di splendore e giustizia sia per gli dèi che per gli uomini.Ma cosa hanno in comune tutte queste divinità solari con Lucifero? Questo nome nella tradizione giudaico-cristiana designa l’angelo caduto, colui che si ribellò a Dio e venne punito e scagliato sulla terra, accompagnato dal suo esercito di angeli ribelli che divennero demoni, mentre lui, l’angelo più bello e amato dal Signore, diventò il Diavolo, il nemico di Dio.Tuttavia, il nome di Lucifero, che significa appunto “portatore di luce”, ha origini ben più antiche della Bibbia. Nell’antica Grecia, infatti, Lucifero era chiamata la “stella del mattino”, l’astro del Vespero nel suo aspetto diurno, ovvero la controparte maschile di Venere, stella della sera. Esso non aveva alcuna connotazione negativa, ma rappresentava semplicemente la luce del pianeta/stella. Attraverso quale infida macchinazione, dunque, Lucifero divenne successivamente il nome del maligno, del Signore delle tenebre, nonostante questa entità fosse legata alla luce? Ma si trattava solo di una luce materiale, oppure di una metafora spiegabile in maniera ben diversa? Chi è realmente, e in quali figure mistiche e mitologiche è identificabile il portatore di luce?Esiste una chiara similitudine fra “colui che porta la luce” e “colui che porta il fuoco”. Il mito classico di Prometeo ci narra di come questo eroe rubò il fuoco agli dèi per portarlo agli uomini, e di come fu da questi punito e condannato ad un atroce ed eterno martirio. Ma non ci spiega come mai gli dèi fossero tanto adirati per il semplice fatto che anche gli uomini potevano godere dei benefici del fuoco, scaldandosi, cuocendo i cibi, e illuminando le loro abitazioni durante la notte. Questo lascia intuire che quella del fuoco è solo una metafora. Il fuoco è ciò che illumina le tenebre, che porta luce e calore, che permette agli uomini di rischiarare l’oscurità. Esattamente come la conoscenza, quella luce sublime che permette all’essere umano di uscire fuori dalle tenebre della propria esistenza, dal buio dell’ignoranza, per raggiungere un più alto livello di consapevolezza, e, conseguentemente, la libertà. La conoscenza è quel fuoco eterno che arde per condurre l’uomo verso l’illuminazione spirituale e l’elevazione del sé. Quindi, il mito di Prometeo altro non è se non una delle prime metafore concerni il portatore di luce, il ribelle che sfida la divinità per far si che anche i mortali possano attingere a quel sapere segreto e arcano simboleggiato dal fuoco di Prometeo e, nella tradizione celtica, dal sacro fuoco della dea Brigit, la signora di tutte le arti, che nove sacerdotesse tenevano costantemente acceso.Un’ulteriore connessione tra Lucifero e la conoscenza è rappresentata dalla favola biblica di Adamo ed Eva: il Diavolo assume le sembianze di un serpente e tenta la donna con il frutto dell’albero della conoscenza. Ella assaggia il frutto e ne offre al suo uomo, per condividere con lui la conoscenza, esattamente come fa la sacerdotessa della più antica tradizione esoterica, che taglia una mela trasversalmente in due, in maniera che i semi formino il disegno di un pentacolo (simbolo del potere dei quattro elementi più l’Akasha, il quinto elemento), e ne offre metà al proprio compagno, nel gesto di voler condividere con lui i misteri dell’unione sacra tra maschile e femminile. Dio è terribilmente adirato con Adamo ed Eva, poiché essi hanno osato appropriarsi di una cosa che apparteneva esclusivamente a lui e agli altri esseri superiori, la conoscenza appunto, ciò che avrebbe potuto renderli “uguali a Dio”, come suggerito dal serpente.Anche nella tradizione induista il serpe è associato al risveglio della coscienza e all’illuminazione, come dimostra la pratica dello Yoga Kundalini, dove Kundalini consiste in un serpente, rappresentante l’energia femminile, assopito alla base della spina dorsale, che durante lunghi percorsi di meditazione profonda può distendersi lungo la schiena, risvegliandosi e risvegliando una grande energia e poteri psico-fisici nell’essere umano. In tal modo l’uomo può raggiungere stati di coscienza superiori, elevandosi al disopra della normale condizione umana.La religione giudaica delle origini era ben diversa da come ci è stata presentata tramite i vangeli ufficiali, e molto, di questo culto antico e affascinante, ci è stato tenuto nascosto per lungo tempo. Se è vero che la civiltà ebrea si configura come maschile e patriarcale, è anche vero che nell’antichità gli ebrei riconoscevano una Dea, Asherah, signora dei cieli e amata sposa di Jahvè, l’equivalente della sumera Ishtar o Inanna, sposa del dio Dumuzi. Secondo alcune versioni Asherah è madre di Lucifero, l’angelo prediletto di Jahvè, nonché colui che si ribella al Padre Celeste. Esaminiamo un momento la storia di Cristo: egli è il figlio di Dio, il Padre onnipotente, ma viene concepito e generato da Maria, senza intervento maschile, tramite quella che viene definita dal cristianesimo immacolata concezione. In realtà questa non è altro che una comoda trasposizione cristiana dell’originale partenogenesi della Dea, la quale genera il figlio divino autonomamente. La Madonna viene chiamata anche madre di Dio, e raffigurata come una splendida regina con in braccio il suo piccolo principe: entrambi indossano la corona e lo scettro regali. Effigi molto simili raffigurano la dea Iside e il figlio Horus, il dio che una volta divenuto adulto sconfisse il malvagio Seth, fratello di Osiride. Laddove i culti antichi risultarono impossibili da estirpare, la Chiesa scelse di inglobarne alcuni miti e archetipi riadattandoli alla nuova religione, come avvenne anche nel caso delle maggiori ricorrenze pagane (solstizi ed equinozi), dei santi (dèi pagani canonizzati), e delle Chiese, spesso costruite su templi pagani.Anche la resurrezione di Gesù ripercorre il mito, antico come il mondo, del Dio Sole che muore (tramonta) e risorge (all’alba), o del Dio delle messi che si sacrifica (attraverso la mietitura del grano) per garantire la sopravvivenza del popolo, per poi rinascere dal ventre della Dea. Un altro culto con il quale Cristo può essere identificato è quello del dio persiano Mithra, chiamato anche Sol Invictus, che veniva celebrato proprio nei giorni tra il 20 e il 25 dicembre, ovvero nel solstizio d’inverno, periodo dell’anno in cui le giornate iniziano ad allungarsi, da qui il mito del sole trionfante, ovvero del trionfo della luce sull’oscurità. Lo stesso solstizio veniva festeggiato dai Celti con il nome di Yule, che nella religione pagana fa parte di uno dei “giorni del potere”, i sabba e gli esbat (rispettivamente giorni del sole e della luna), in cui le energie della natura sono particolarmente potenti. In questo giorno la Dea partorisce simbolicamente il Dio Sole, ovvero il portatore di luce. Gesù non incorpora gli attributi del dio solare solo per quanto riguarda la sua nascita, morte e resurrezione, egli, aldilà della presunta natura divina, si rivela al popolo come maestro di saggezza, iniziato, o illuminato che porta agli uomini il dono di una conoscenza e di una consapevolezza superiori, offrendo ad ogni essere umano la possibilità di un’elevazione spirituale attraverso una determinata condotta ed un sapere sconosciuto alla maggior parte degli uomini dell’epoca. Persino il suo gesto simbolico di “porgere l’altra guancia” si ispira ad una dottrina esoterica ben più antica, secondo la quale, se non rispondi ad un torto subito, entro sette anni il male si ritorcerà contro colui che l’ha compiuto. Il Cristo Redentore, dunque, è il portatore di conoscenza, il principe discendente dalle antiche dinastie regali di Davide e Salomone, colui che ritornerà per riportare la giustizia nel mondo, e restituire alla terra il suo antico splendore. Egli è come il cavaliere vichingo Balder, che tornerà per divenire il sovrano di un regno di pace, è il senza corona che diverrà nuovamente Re, come Aragorn, il re guerriero dell’opera tolkeniana Il Signore degli anelli.Proprio nel libro della Rivelazione, vi sono scritte queste parole: “Io, Gesù, ho mandato il mio angelo a rendervi testimonianza di queste cose per le congregazioni. Io sono la radice e la progenie di Davide, e la luminosa stella del mattino”. In tal modo egli si identifica con la stella del mattino, ovvero Lucifero.Satana, il Diavolo, il Signore del Male, non è altro che una pura invenzione cristiana. La Chiesa aveva bisogno di un nemico, di un essere divino identificato con il male assoluto, al quale associare tutte le figure di maggior rilievo appartenenti all’antico culto, poiché esse rappresentavano una minaccia per il nuovo credo e per il potere che da questo andava pian piano scaturendo. La strumentalizzazione degli antichi archetipi pagani, insieme alla demonizzazione e persecuzione dei culti femminili, permise agli esponenti della nuova religione di imporre il loro dominio su tutta la popolazione, stabilendo cosa era bene e cosa era male, e manipolando in tal modo le menti e le azioni degli individui. L’Impero Romano non è mai realmente caduto, si è soltanto trasformato nella Chiesa Apostolica, poiché la struttura sociale misogina, maschile, di stampo fortemente patriarcale che caratterizzava la Roma Imperiale non fu mai distrutta, al contrario, si consolidò con l’avvento del cristianesimo, di una dottrina che ammetteva esclusivamente un culto maschile e solare, un Dio Padre che si ergeva austero e prepotente al disopra di tutte le altre divinità che lo avevano preceduto, e, conseguentemente, un uomo padrone e superiore alla donna e a tutte le altre creature. Questo pensiero intollerante ed antropocentrico ha caratterizzato i secoli più bui della nostra storia, ed ha generato la nostra attuale società, dove la violenza e lo sfruttamento sconsiderato della natura stanno portando ad una completa devastazione delle risorse del pianeta, nonché all’annichilimento dell’individuo stesso, che ormai in balia del materialismo, dell’individualismo, e di una miriade di false fedi dogmatiche, ha perso il contatto con la propria interiorità, con Madre Natura e con tutte le sue creature, che solo un risveglio della coscienza potrebbe restituire.L’idea del Principe di Luce, portatore di conoscenza ma anche di giustizia e armonia, si è ridestata anche all’interno di culti più moderni, come la New Age e altre forme di spiritualismo relativamente recenti. In questo contesto, la figura maggiormente associabile all’archetipo del maschio divino è Ashtar Sheran, leggendario comandante di una flotta intergalattica e dell’omonima nave spaziale, nonché incarnazione dell’arcangelo Michael, l’angelo guerriero. Lord Ashtar viene descritto come un uomo di aspetto nobile e bellissimo, dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri, e secondo alcune teorie egli si sarebbe già messo in contatto col nostro pianeta, tramite un messaggio che afferma non solo la sua esistenza e quella della sua flotta, ma anche la conoscenza di questa flotta da parte dei governi del pianeta, e il loro tentativo di nascondere tale verità alla popolazione. In questo ipotetico messaggio, il comandante arcangelo sostiene che la nostra civiltà è arrivata ad un punto in cui è necessaria un’evoluzione ed una presa di coscienza da parte di tutti, poiché l’agire sconsiderato degli esseri umani sta causando la distruzione sia dei singoli che del pianeta Gaia. Egli avverte che se i governi continueranno a tenere i popoli all’oscuro della sua esistenza e di quella della sua gente, loro si paleseranno a noi, nonostante le minacce nucleari con cui i nostri governi li continuano a tenere a distanza. Essi vogliono infatti venire in mezzo a noi per aiutarci a crescere spiritualmente e a dissolvere in tal modo il sistema che ci tiene in trappola, mantenendo le nostre energie ad un livello inferiore, per impedirci l’evoluzione e il necessario cambiamento verso un livello superiore di coscienza.Ashtar Sheran si profila dunque come un salvatore, un portatore di giustizia, consapevolezza, pace ed armonia nel mondo, il cavaliere di luce di cui parlano anche le profezie più antiche, colui che giudica e guerreggia con giustizia. Ma il suo arrivo sarebbe accompagnato anche da un risveglio dell’energia femminile nel mondo, quindi da un ritrovamento di quella parte di religiosità, connessa al culto delle Grandi Madri, che ci è stata a lungo negata. Il femminino sacro è ciò che al tempo dei Celti era associato all’amore e alla saggezza, e che doveva convivere a fianco del coraggio e della forza connessi al principio maschile, per determinare l’equilibrio nell’universo. Il simbolo del taoismo, con i due opposti che si uniscono, completandosi in un cerchio e compenetrandosi, esplica chiaramente questo concetto di armonica unione fra maschile e femminile, luce ed ombra, spirito e materia, la quale genera la vita. L’Uno, la Matrice Universale, si manifesta nella molteplicità del mondo fisico attraverso l’unione dei suoi due opposti, e quando uno dei due viene a mancare, lo squilibrio che si crea è grave e spesso distruttivo. Il recupero di un mascolino e di un femminino non in contrapposizione tra loro, ma in perfetta armonia, potrebbe rappresentare una svolta nella nostra civiltà e soprattutto nella coscienza dei singoli, la quale è ormai da troppo tempo avvolta dalle tenebre dell’ignoranza e dell’individualismo. In tal senso, il leggendario ritorno dell’angelo di luce, o portatore di conoscenza, che guidi l’umanità verso un più alto livello di consapevolezza, è ciò che probabilmente ha ispirato e continuerà ad ispirare i culti, le profezie e l’epica riguardanti il Re Sole, nei suoi differenti nomi e aspetti. Milena Rao, aka Queen Persefone
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